Interdisciplinary Languages and Studies


Alessandro Macchia
Tombeaux. Epicedi per le Grandi Guerre
Accademia Nazionale di Musica di Santa Cecilia/Ricordi
Roma/Milano, 2005
pagg. 296, € 26,00

La musica come memoria dei due più sanguinosi conflitti del ventesimo secolo. Ma esiste un canone alto di composizioni musicali scritte per commemorare questi eventi bellici.
Tombeaux risponde mettendo sui piatti della bilancia la chimera dell'egoismo e il carico del dolore nella guerra moderna. Il War Requiem di Benjamin Britten incombe per tutto il libro, ma ai suoi piedi prende lentamente forma il cospetto di composizioni che ne annunciavano l'avvento: tessere di puzzle sparpagliate, se non dalla furia del tempo, dallo sgomento di dover altrimenti riconoscere il nesso senza tempo di guerra e lutto. Ravvisando nel pianto il tema che accomuna voci musicali disperse ai quattro angoli della vecchia Europa scossa da un trentennio di violenza (1914-1945), l'autore di questo libro varca con disinvoltura i mobili confini delle trincee e dei trinceramenti culturali, e illumina inattese convergenze espressive. Il racconto di quella storia di miseria umana e di riscatto intellettuale avanza lungo il progressivo e parallelo affermarsi, in cinquant'anni di musica, dei versi di Wilfred Owen e di Walt Whitman; ma intorno a questi due filoni dominanti di leva il canto di altri poeti e compositori più o meno noti, capaci di attestare in "campi più freschi delle Fiandre" (Owen) il ricordo di musici-soldati caduti in battaglia nonché degli inquietanti spettri di tutte le anonime vittime della guerra

Da "Il Sole-24 Ore"
Domenica 4 giugno 2006 - N. 151

Compositori per Caduti

di Quirino Principe
«La topografia dell'Ade ci informa che l'onda cruenta di Acheronte scorre da sempre commista a quella dell'immissario Cocito, il freddo fiume delle lacrime ». Così Giovanni Carli Ballola apre la prefazione a Tombeaux di Alessandro Macchia, chitarrista e dottore di ricerca (rassicuratevi: non parolaio) in storia e critica dei beni musicali. Il fatto che insegni Elementi di armonia e contrappunto nell'Università di Lecce lo salvaguarda da tremendi conati che lo indurrebbero a cadere nel benculturalismo (perdonateci: era la nostra buona azione quotidiana). Quanto al titolo del saggio, il lettore attento non può non ricordare poesie come Le tombeau de Edgar Allan Poe di Mallarmé, dove un verso enuncia uno dei compiti sublimi della poesia,« donner un sens plus pur aux mots de la tribu», o una composizione musicale come Le tombeaux de Couperin di Ravel. Un poeta piange la scomparsa di un altro poeta, un musicista innalza con i suoni un monumento funebre a un altro musicista. Macchia inventa, però, un libro bitematico: l'artista morto e semprevivo tramite il "tombeau" è un tema tanto frequente da essere un topos, la morte dell'artista in guerra è una sorta di ossimoro doppiamente tragico poiché l'agire dell'artista dovrebbe negare e possibilmente esorcizzare la guerra. Ciò non è: anzi, sovente l'arte bellum excitat. Ma che cosa è la musica d'epicedio bellico? È un rituale "al servizio" di cose più importanti e "vere" (?), oppure sono quelle cose, ossia le vicende belliche, il pretesto fabbricato dal Fato affinché nasca l'elegiaca memoria in musica, l'unica realtà che conti (Odissea, VIII)? Nel progetto dell'autore, il libro deve rivelare, attraverso il luttuoso dolore della circostanza, il ritrovamento di un'eroica nobiltà che la morte massificata, distruggendo l'individualità irriducibile di ciò che è umano (si pensi all'orrore "psico-umanitario" e ipocrita delle sofisticatissime armi nordamericane che disumanizzano l'immagine del nemico da uccidere facendolo parere simile al pupazzo di un videogame), ha distrutto o quanto meno occultato. Nel suo amarissimo percorso attraverso due guerre mondiali il trentennio del suicidio d'Europa, 1914-1945), Macchia parte da due viatici: i versi I 39-53 da Little Gidding, il quarto dei Four Quartets di T. S. Eliot (rileggili, lettore!), e colui che Macchia definisce il virtuale interlocutore di Eliot, il poeta Wilfred Owen, nato nel 1893 da una famiglia della borghesia gallese evangelica, volontariamente arruolato (1915) negli Artists' Rifles (spaventoso ossimoro, questo nome), un'unità dell'esercito britannico destinata agli "intellettuali" (!), ferito gravemente nel 1917 per l'esplosione di una granata, curato in un ospedale militare presso Edimburgo, ritornato al fronte, ucciso il 4 novembre 1918 (l'infamia di questo decreto del destino e l'odiosità di quella data non meritano commento). L’estensione delle conoscenze che riconosciamo a Macchia è smisurata. Citare le precise e anche graficamente nitidissime analisi di Macchia, corredate di esempi in facsimile (alcuni titoli:Elegia eroicadi Casella, War Requiem di Britten, Requiem di Reger, Oración de las madres que tienen a sus hijos en brazos, di de Falla, Sunt lacrimae rerum!di Mascagni...) significa ricostruire in noi un territorio finora ignoto, invisibile poiché sommerso da detriti e costruzioni ingombranti. Il libro è anche da leggersi come un manuale che insegna a leggere le res gestae attraverso un alfabeto simbolico-musicale, e ciò che il lettore impara da queste pagine è inestimabile. Proclamiamo Tombeaux uno dei libri più belli della giovane musicologia italiana: forse lo è anche grazie alla felicemente "parolaia" cultura extramusicale dell'autore.

Le folli scelte dei pompieri piromani

Noam Chomsky e Gilbert Achcar discutono sui meccanismi della «guerra al terrore» che, dichiarata dall'alleanza a guida nordamericana, è un rimedio peggiore del male
GERALDINA COLOTTI
Che i processi economici prodotti nel mondo dalla globalizzazione neoliberista scavino un
divario crescente tra chi ha e chi non ha, è un'evidenza ammessa persino dal Consiglio nazionale dell'Intelligence, l'organismo che riunisce le agenzie d'investigazione degli Stati uniti: il processo di globalizzazione - si legge infatti nel rapporto Global Trends 2015, visionabile online a questo indirizzo - «sarà instabile, segnato da una instabilità finanziaria cronica e uno spartiacque economico in espansione. Le regioni, i paesi e i gruppi i quali avvertiranno di essere lasciati indietro, dovranno affrontare un ristagno economico sempre più profondo, instabilità politica e alienazione culturale. Essi alimenteranno un estremismo politico, etnico, ideologico e religioso, insieme alla violenza che spesso lo accompagna». Che sia in atto una guerra asimmetrica, completamente impari ma dagli esiti catastrofici tra un potentissimo stato (e i suoi alleati) e «organizzazioni terroristiche non governative» decise a fargli pagare un prezzo con ogni mezzo, è altrettanto documentato dalle stime degli esperti militari Usa, prima e dopo l'11 settembre. Oggi, la probabilità di un attacco nucleare su un obiettivo statunitense nei prossimi dieci anni viene data al 50 per cento. Materiale radioattivo potrebbe essere introdotto attraverso l'alto numero di container che entrano nel paese e che è quasi impossibile ispezionare all'origine (per esempio a Rotterdam, uno dei maggiori punti d'imbarco dall'Europa) senza creare un intasamento pazzesco a livello internazionale. Ma che la cosiddetta «guerra al terrore» sia stata un antidoto peggiore del male è un'evidenza che non sembra sfiorare i decisori Usa. Dall'Iraq all'Afghanistan alla Palestina, gli Stati uniti si comportano come pompieri guidati da pericolosi piromani. Noam Chomsky e Gilbert Achcar, analizzano dinamiche, radici e scenari della politica estera statunitense in Medioriente nel libro Potere pericoloso. Per Washington - scrive Chomsky - la sicurezza dei cittadini è una «trascurabile priorità», il controllo delle «risorse di energia in Medioriente è molto più importante». Altrimenti perché gli Usa agirebbero in una maniera che accresce la minaccia di attentati? E cita ad esempio l'Ofac, l'Ufficio controllo patrimoni stranieri, deputato al controllo dei movimenti sospetti di denaro nel mondo. Dal 1990 al 2003 - dice - l'Ofac ha avviato 93 indagini legate al terrorismo e più di 100 volte tanto - 10.683 - legate a Cuba e alle violazioni dell'embargo. «La globalizzazione neoliberista - riprende Achcar - ha portato alla disintegrazione del tessuto sociale e delle reti di sicurezza sociale, sempre più la gente sperimenta uno stato di ansia e disordine, e questo porta a violente forme di affermazione di identità, estremismo o fanatismo, sia religiose che politiche». L'unico antidoto, è «la giustizia politica, sociale ed economica», è risolvere le cause che producono terrorismo. Potere pericoloso, frutto di tre giorni di conversazioni fra i due studiosi, indirizzate da Stephen R. Shalom, è uscito da Palomar a fine 2007 (trad. di Giuseppa Sallustio e Fabiana Vignone, 24 euro). Alcuni avvenimenti sono dunque entrati nella cronaca nell'ultimo periodo, ma l'attualità e l'interesse del lavoro restano, nella sostanza, intatti. Il volume è una miniera di fonti e informazioni, frutto di un costante monitoraggio critico dei media in lingua araba, dei rapporti del Pentagono, e di una vasta conoscenza degli studi accademici a livello internazionale. La forma colloquiale - conversazioni a tema sul fondamentalismo, l'islamofobia, o sull'industria del complotto come arma politica per sviare l'attenzione dei cittadini dai problemi fondamentali - consente un'agevole fruizione dell'ampio materiale trattato. Dal confronto articolato fra due analisti di peso che affrontano tematiche e conflitti attuali ben oltre il contingente, emergono così nessi e stimoli per «dare un senso al passato e comprendere gli sviluppi futuri», come spiega Shalom nell'introduzione. I conflitti specifici su cui si sofferma il volume sono l'Afghanistan dopo l'11 settembre, l'Iraq in tutte le sue dimensioni - il ruolo degli Usa, gli sviluppi politici, la situazione del popolo curdo in Iraq e anche in Turchia - così come i potenziali scenari di conflitto in Iran e Siria. Particolare spazio viene dato al conflitto israelo-palestinese, analizzato (nei due campi) in prospettiva storica e politica. In questa chiave, emergono analisi scomode, diversamente modulate dagli autori, sulla reale incidenza della cosiddetta «lobby israeliana» sulla politica estera nordamericana: credere che muova le fila delle decisioni Usa - dice Achcar - è come credere che «la coda muova il cane»; mentre dovrebbe essere palese che, dagli anni '30-40, la lobby del petrolio negli Usa conta più di qualsiasi altra lobby filoisraeliana. Ma, proprio per questo, emergono con maggior chiarezza le analisi di Chomsky sull'«industria dell'Olocausto» (che, dopo il '67, «è stato semplicemente usato come un'arma per colpire la gente in testa») e sul «presunto antisemitismo» («la punta di diamante della destra, perché è una buona arma di propaganda») che la alimenta. Chomsky, di cui il curatore Shalom ricorda l'impegno giovanile nell'ala sinistra del movimento sionista e l'iniziale progetto di andare a vivere insieme alla moglie in un kibbutz in Israele, porta sul tema cifre e dati storici e afferma: «Vi è un antisemitismo confezionato. È costruito dalle organizzazioni ebraiche con molta consapevolezza». Parole di una mente libera, merce ormai rara dalle nostre parti.

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